9. Vi credettero i Romani.
Passiamo pertanto ai Romani, ch'è tardi, Essi da ciurmaglia, ch'eran
prima nell'asilo di Romolo, e figli delle rapite Sabine, passarono ad esser Signori dell'Orbe, e dalle case pastoreccie al fasto imperiale
s'innalzarono, nelle arti di guerra, e di pace celebratissimi. Come
vanno le cose del mondo! I saggi Romani non solo credettero alla jettatura per
costumi di tanti Popoli, che diedero origine a Roma; ma nella loro egregia legislazione eziandio par che quella si fosse compresa. In quei
frammenti delle Decimvirali leggi, che il tempo edace ha fatti a noi pervenire,
due ne ritrovo; uno contra i jettatori, che fan male alle persone, ed alla vita degli uomini;
un altro, contro a coloro, de' quali la jettatura a
corrompere, rovinar le biade è diretta. La legge 14 della tavola
VII è questa:
Quei
malom. carmen, incantasit. malomq. venenom.
Facsit. Duitve. Pariceidad. Estod. Cioè: chi superstiziose, e solenni parole, a forma di
cantilene, abbia contro di alcuno mormorate, e susurrate, ovvero cattivo veleno
abbia preparato, o dato altrui, soffra pena capitale. E la legge 3 della stessa Tavola VII.
Qui fruces
cescantasit Cioè: si uccida vittima a Cerere colui, che le altrui biade con incantazioni obbligasse a non crescere, o, secondo la congettura de'
dotti, l'abbia trasportate nel campo altrui. Con simiglievoli incantazioni non
solo i frutti,
le biade, si mandavano a male, o ne' poderi altrui si trasferivano, ma si
credea che si espellessero altresì gli stessi Dei tutelari da' loro luoghi, e la luna benefica Divinità, per non udire
gl'incanti delle arti Tessale sul più alto Cielo si portasse, ed oltracciò per clamori, e suoni, il suo languore volgesse in letizia. Io ben so, io, che la detta pena per le magiche incantazioni fosse irrogata, in quei tempi ancora semplici, e rozzi; secondo il comun sentimento. Ma so ancora, che altri altramente quelle leggi interpreta. E perchè non posso io adattarle alla jettatura, ed alle
maligne parole de' jettatori invidiosi?
Inoltre presso i Romani stessi a che altro era il Collegio degli Auguri destinato, se non per sapersi, se in qualche cosa da farsi, v'intervenisse, o no, jettatura? A tal fine gli
Auguri guardando l'Oriente, osservavano, se folgorava, o tuonava a sinistra, ch'era buon segno, o a destra, ch'era segno di jettatura solenne, ed augurio cattivo: conciossiacosa che il
settentrione, ch'era a sinistra, credeasi più alta, ed illustre regione. Allo incontro i Greci la destra per le cose fauste, e propizie stimavano. Gli Auguri osservavano degli augelli
il volo, il canto d'essi ascoltavano, ed osservavano il mangiar dei polli dalla
bocca dei quali cadendo il cibo, era il più lieto augurio. Eranvi ancora gli Aruspici,
gl'indovini, e dicitori della buona ventura; che erano della iettatura
interpreti gravissimi.
10. Gli antichi credettero alla Iettatura, che deriva dalle
parole.
Ma per dire la cosa, come la va, spiattellatamente,ed a minuto, vedete omai, Uditori, che gli antichi credeano a varii generi di jettatura, che dalle varie parti del corpo si diffondeva. Quanto a quella, che dalla lingua si tramanda, Catullo scrisse
cosi:
Quae nec
pernumerare curiosi Possint.
nec mala fascinare lingua.
Specialmente per le lodi eccessive, (che meglio ai marmi sepolcrali si riserberebbero) nasce la jettatura. Il perchè si credeano più al fascino soggette le cose, che troppo si lodavano. Qui appartengono quei versi di Marone:
Aut si ultra
placitum laudarit, baccare frontem. Cingite,
ne vati noceat mala lingua futuro.
Quindi è che i Latini prendendo ad incensar altrui colle lodi, diceano praefiscine, o praefiscini, che significa, non te la jetto. E
Titinnio, antico poeta: Pol tu ad Laudem
addito praefiscini; Ne puella fascinetur. D'ond'è il costume, che chi è lodato, volta la faccia, non tanto per dinotar la sua modestia, quanto per guardarsi dalla jettatura. Di tal
parere è pur Geronimo Fracastoro. In fatti alle parole tanta forza e potestà si attribuiva, che alla volontà degli antichi jettatori i fulmini stessi si credea che
ubbidissero. I Romani perciò, secondo l'Etrusca disciplina, aveano in città i sacerdoti, che procuravano i fulmini, e li frenavano a lor talento. Or se mai qualche onnipotente jettatore facesse un fulmine scrosciar su di noi, o su di qualche Tempio, il mio dottissimo D. Vito Caravelli ricorrerebbe invano al filo conduttore dell'elettricità. Finalmente
alla virtù delle parole Cesare Dittatore ancor credea; in guisa tale che dopo
aver una volta
sofferto nel cocchio suo un pericolo per una Jettatura, semprechè in esso entrava, a sè stipulava con alcune parole la sicurtà del
cammino.
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