domenica 19 maggio 2024

IL CELEBRE TRATTATO DELLA JETTATURA DI NICOLA VALLETTA parte VI

 

9. Vi credettero i Romani.
Passiamo pertanto ai Romani, ch'è tardi, Essi da ciurmaglia, ch'eran prima nell'asilo di Romolo, e figli delle rapite Sabine, passarono ad esser Signori dell'Orbe, e dalle case pastoreccie al fasto imperiale s'innalzarono, nelle arti di guerra, e di pace celebratissimi. Come vanno le cose del mondo! I saggi Romani non solo credettero alla jettatura per costumi di tanti Popoli, che diedero origine a Roma; ma nella loro egregia legislazione eziandio par che quella si fosse compresa. In quei frammenti delle Decimvirali leggi, che il tempo edace ha fatti a noi pervenire, due ne ritrovo; uno contra i jettatori, che fan male alle persone, ed alla vita degli uomini; un altro, contro a coloro, de' quali la jettatura a corrompere, rovinar le biade è diretta. La legge 14 della tavola VII è questa:
Quei malom. carmen, incantasit. malomq. venenom.
Facsit. Duitve. Pariceidad. Estod.
Cioè: chi superstiziose, e solenni parole, a forma di
cantilene, abbia contro di alcuno mormorate, e susurrate, ovvero cattivo veleno abbia preparato, o dato altrui, soffra pena capitale. E la legge 3 della stessa Tavola VII.
Qui fruces cescantasit Cioè: si uccida vittima a Cerere colui, che le altrui biade con incantazioni obbligasse a non crescere, o, secondo la congettura de' dotti, l'abbia trasportate nel campo altrui. Con simiglievoli incantazioni non solo i frutti,
le biade, si mandavano a male, o ne' poderi altrui si trasferivano, ma si credea che si espellessero altresì gli stessi Dei tutelari da' loro luoghi, e la luna benefica Divinità, per non udire gl'incanti delle arti Tessale sul più alto Cielo si portasse, ed oltracciò per clamori, e suoni, il suo languore volgesse in letizia. Io ben so, io, che la detta pena per le magiche incantazioni fosse irrogata, in quei tempi ancora semplici, e rozzi; secondo il comun sentimento. Ma so ancora, che altri altramente quelle leggi interpreta. E perchè non posso io adattarle alla jettatura, ed alle maligne parole de' jettatori invidiosi?
Inoltre presso i Romani stessi a che altro era il Collegio degli Auguri destinato, se non per sapersi, se in qualche cosa da farsi, v'intervenisse, o no, jettatura? A tal fine gli
Auguri guardando l'Oriente, osservavano, se folgorava, o tuonava a sinistra, ch'era buon segno, o a destra, ch'era segno di jettatura solenne, ed augurio cattivo: conciossiacosa che il settentrione, ch'era a sinistra, credeasi più alta, ed illustre regione. Allo incontro i Greci la destra per le cose fauste, e propizie stimavano. Gli Auguri osservavano degli augelli il volo, il canto d'essi ascoltavano, ed osservavano il mangiar dei polli dalla bocca dei quali cadendo il cibo, era il più lieto augurio. Eranvi ancora gli Aruspici, gl'indovini, e dicitori della buona ventura; che erano della iettatura interpreti gravissimi.


10. Gli antichi credettero alla Iettatura, che deriva dalle parole.
Ma per dire la cosa, come la va, spiattellatamente,ed a minuto, vedete omai, Uditori, che gli antichi credeano a varii generi di jettatura, che dalle varie parti del corpo si diffondeva. Quanto a quella, che dalla lingua si tramanda, Catullo scrisse cosi:
Quae nec pernumerare curiosi Possint. nec mala fascinare lingua.
Specialmente per le lodi eccessive, (che meglio ai marmi sepolcrali si riserberebbero) nasce la jettatura. Il perchè si credeano più al fascino soggette le cose, che troppo si lodavano. Qui appartengono quei versi di Marone:
Aut si ultra placitum laudarit, baccare frontem. Cingite, ne vati noceat mala lingua futuro.
Quindi è che i Latini prendendo ad incensar altrui colle lodi, diceano praefiscine, o praefiscini, che significa, non te la jetto. E Titinnio, antico poeta: Pol tu ad Laudem addito praefiscini; Ne puella fascinetur. D'ond'è il costume, che chi è lodato, volta la faccia, non tanto per dinotar la sua modestia, quanto per guardarsi dalla jettatura. Di tal parere è pur Geronimo Fracastoro. In fatti alle parole tanta forza e potestà si attribuiva, che alla volontà degli antichi jettatori i fulmini stessi si credea che ubbidissero. I Romani perciò, secondo l'Etrusca disciplina, aveano in città i sacerdoti, che procuravano i fulmini, e li frenavano a lor talento. Or se mai qualche onnipotente jettatore facesse un fulmine scrosciar su di noi, o su di qualche Tempio, il mio dottissimo D. Vito Caravelli ricorrerebbe invano al filo conduttore dell'elettricità. Finalmente alla virtù delle parole Cesare Dittatore ancor credea; in guisa tale che dopo aver una volta
sofferto nel cocchio suo un pericolo per una Jettatura, semprechè in esso entrava, a sè stipulava con alcune parole la sicurtà del cammino.

mercoledì 15 maggio 2024

Linee generali riguardanti gli Esorcismi

 



 

Linee generali riguardanti gli Esorcismi

 

E Gesù disse: «Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla potrà danneggiarvi» (Luca 10, 19). Tutti i fedeli, nella Chiesa primitiva, o delle origini, potevano scacciare i demoni, combatterli attraverso il potere donato loro da Gesù Cristo.

Nei Vangeli sono riportati numerosi episodi in cui Gesù e gli Apostoli scacciano i demoni.

Fu sempre Gesù a dire: «E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno» (Marco 16, 17-18).

Durante il primo Cristianesimo ogni credente, provvisto di giusta fede, poteva compiere esorcismi in base a quel che si definisce «carisma personale».

San Giustino martire (100-165 d. C.) e Tertulliano (155-230) lo testimoniano, il primo dichiarando che i cristiani sono in grado di guarire gli indemoniati, comandando loro nel nome di Cristo e così «riducendo all’impotenza i demoni che possedevano gli uomini», il secondo asserendo che all’ordine di un cristiano qualunque, i demoni, sottomessi ai servitori di Dio e di Cristo, «escono dal corpo umano» in stato di confusione.

Nella tarda antichità, con il fiorire del monachesimo, la lotta contro il demonio diventa il fine principale dei monaci. Sant’Antonio Abate (250-356), S. Benedetto da Norcia (480-587) e S. Martino di Tours (316-397) praticarono esorcismi. S. Benedetto è considerato da alcuni il patrono degli esorcisti. S. Ilario di Poitiers conferì a S. Martino prima l’esorcistato e poi, solo dopo, questi fu ordinato sacerdote.

Pur non essendo ancora, un vero e proprio ordine minore, l’esorcistato inteso come “ufficio” riconosciuto valido per scacciare i demoni già esisteva nella Chiesa primitiva; il caso di S. Martino mostra come, gradualmente, si passò dal ritenere ogni credente in grado di operare tale atto, all’ipotesi di dover conferire una specie di “investitura” affinché si potesse compierlo.

Da un lato, dunque, un uomo di provata fede dotato d’indiscussa autorità, dall’altro un uomo meritevole della fiducia del primo viene investito da quello della facoltà di officiare l’esorcismo.

Si potrebbe, per certi versi, immaginare l’esorcista come un cavaliere di Cristo cui è affidato il compito di combattere i demoni.

Nel 416 d.C. Papa Innocenzo I scrisse una lettera a Decenzio, vescovo di Gubbio, che pose le basi per la successiva regolamentazione dell’esorcistato. Il Papa dettò la precisa regola secondo cui l’esorcismo andava considerato lecito solo se autorizzato dal vescovo.

Si impose perciò una limitazione a garanzia della autorevolezza dell’ufficio, una sorta di vigilanza in capo ai vescovi che avrebbe dovuto impedire ai visionari di turno di creare imbarazzo alla Chiesa e danno ai malcapitati indemoniati (o scambiati per tali). In aggiunta a ciò, è da questo momento che si chiarisce che solo i sacerdoti possono effettuare esorcismi, non già più ogni credente devoto.

Tra il VII ed il XV secolo si ebbe un profluvio di formule esorcistiche, tra cui i noti formulari di Alcuino (735-804). Inoltre, dal 1252 all’esorcismo si affiancarono metodi più brutali, come la tortura verso gli eretici (sotto Innocenzo IV) e, successivamente, nei confronti delle streghe (Bolla Super illius specula del 1326, di Giovanni XXII).

Gli inquisitori domenicani Heinrich Institor Kramer e Jacob Sprenger pubblicarono il Malleus Maleficarum nel 1486, opera nata dalla necessità di estirpare la stregoneria in Germania. Il Malleus fu un vero e proprio trattato demonologico, un manuale, per così dire, indirizzato agli operatori del settore.

Il concilio di Trento (1545-1563) definì l’esorcistato un «ordine minore». Nel 1972 Paolo VI, nella Lettera Apostolica Ministeria Quaedam in forma di Motu Proprio, abolì l’ordine minore dell’esorcistato senza neppure denominarlo «ministero», cosa che invece fece con altri ordini minori, quali il lettorato e l’accolitato. È comunque prassi, tra gli studiosi e i pratici della materia, riferirsi all’esorcistato come a un ministero.

L’ordine minore dell’esorcistato «consisteva in una benedizione che la Chiesa impartiva attraverso un rito liturgico nel quale si chiedeva espressamente a Dio la sua grazia» per scacciare il maligno, pertanto la sua soppressione dovuta alla Ministeria Quaedam di Paolo VI fu intesa da alcuni come «la perdita di un’arma nella lotta contro il demonio. Ma non era così. Lo stesso ordine minore restò completamente sconosciuto nei primi tempi della Chiesa.

Questo ordine non era un sacramento, ma un sacramentale stabilito dalla Chiesa.

Nonostante il fatto che l’ordine sia stato soppresso, il potere dell’esorcismo non è stato ridotto, per nulla. La potestà di comando, la fede e l’orazione del sacerdote saranno la fonte del suo potere sui demoni».

Dall’Illuminismo ad oggi, sempre più si è affievolita la credenza in Satana e nei demoni quali entità reali, creature dotate di personalità, attribuendogli al più valenze simboliche, trattandoli come suggestioni del subconscio, invenzioni di una mente scissa e malata.

Il materialismo storico, l’imperante scientismo, l’ateismo tronfio e vanitoso hanno estremizzato il razionalismo, spostando l’uso della Ragione dal piano trascendente a quello bassamente meccanicista. Testimone di questa caduta di fede è da moltissimi anni Don Gabriele Amorth, che così si esprime: «In pratica, per molti ecclesiastici di oggi, sono tutte parole gettate al vento: quelle della Bibbia, quelle della tradizione, quelle del magistero. Perché la crisi non è solo dottrinale, ma soprattutto pastorale, ossia coinvolge i vescovi, che non nominano esorcisti, e i sacerdoti che non ci credono più», e dopo aver constatato che anche tra i più insigni teologi c’è chi declina ogni fenomeno di possessione o intervento diabolico come sintomo di una malattia nervosa e psicologica, aggiunge a proposito degli stessi sacerdoti: «Non credono ai mali demoniaci. Talvolta ne fanno un unico calderone con i raggiri e gli imbrogli di chi specula sulla credulità popolare per far quattrini con poca fatica».

Nonostante le parole del Cristo stesso, riportate nei Vangeli, e nonostante le disposizioni ecclesiastiche che mai, nei secoli, hanno smentito la realtà del demonio, oggi molti uomini di Chiesa ne negano l’esistenza; un paradosso, se si pensa che Cristo, per i credenti, scese in terra e si fece uomo non solo per liberare l’umanità dai peccati ma proprio per sconfiggere il demonio e porre rimedio alle sue trame malvagie.

Si diceva prima che l’esorcismo è un «sacramentale» e non un «sacramento». Ma cos’è un sacramentale? «I sacramentali sono segni sacri con cui, per una qualche imitazione dei sacramenti, vengono significati e ottenuti per l’impetrazione della Chiesa effetti soprattutto spirituali».

I sacramentali si distinguono dai sacramenti per diversi aspetti, tra i quali: i sacramentali sono stati istituiti dalla Chiesa pur se derivanti dall’esempio di Cristo (come per l’esorcismo), sostengono la vita spirituale dei fedeli e il loro numero è in teoria indefinito, la Sede Apostolica potendone costituire di nuovi o abolire quelli vecchi; i Sacramenti sono riconducibili direttamente alla volontà di Cristo, infondono la grazia santificante ai fedeli e sono in numero di sette (battesimo, confessione, comunione, cresima, matrimonio, estrema unzione, ordine sacro ‒ insieme degli uffici ecclesiastici di presbitero, diacono e vescovo). I sacramentali sono un mezzo per ottenere la grazia, ma con essi la stessa non viene comunicata direttamente: piuttosto, in base alle disposizioni del soggetto, aumentano le possibilità di riceverla.

 

 

 

L’esorcismo e le azioni del demonio

Si è compreso, fin qui, che l’esorcismo è una tecnica, una procedura riconosciuta valida dalla Chiesa per scacciare i demoni. I sacerdoti autorizzati a praticare l’esorcismo devono soddisfare alcuni requisiti, che andremo ad elencare. Dopodiché, daremo una definizione più puntuale di esorcismo, anche dal punto di vista etimologico, e tratteremo delle tipologie di attacco del demonio; nei paragrafi successivi approfondiremo il Rituale, i segni indicatori della presenza del demonio, le preghiere di liberazione e, infine, accenneremo alle pratiche esorcistiche o ad esse assimilabili presso altre tradizioni.

Il Codex Iuris Canonici (1983), al canone 1172, dopo aver ribadito che l’esorcismo legittimo è solo quello ottenuto dall’Ordinario del luogo mediante espressa licenza, specifica che il sacerdote deve essere «ornato di pietà, scienza, prudenza e integrità di vita». Il can. 1172 riprende essenzialmente il can. 1151 del Codex Iuris Canonici (1917).

L’esorcismo è lo scongiuro del demonio. La parola greca exorkizein significa “compiere uno scongiuro”. «Se durante un esorcismo non ci fosse un atto di scongiuro, allora non si tratterebbe di esorcismo». In pratica si ordina al demonio di abbandonare i suoi propositi maligni (ad es. comandandogli di uscire dal corpo di un posseduto) in nome di Cristo.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica, al can. 1673 specifica che «Quando la Chiesa domanda pubblicamente e con autorità, in nome di Gesù Cristo, che una persona o un oggetto sia protetto contro l’influenza del maligno e sottratto al suo dominio, si parla di esorcismo», e prosegue: «In una forma semplice, l’esorcismo è praticato durante la celebrazione del Battesimo.

L’esorcismo solenne, chiamato “grande esorcismo”, può essere praticato solo da un presbitero… L’esorcismo mira a scacciare i demoni o a liberare dall’influenza demoniaca… Molto diverso è il caso di malattie, soprattutto psichiche, la cui cura rientra nel campo della scienza medica». Come nota Don Gabriele Amorth, il can. 1673 «colma due lacune presenti nel Rituale e nel Diritto Canonico. Infatti non parla solo di liberare persone, ma anche gli oggetti (termine generico, che può comprendere case, animali, cose, conforme alla tradizione). Inoltre applica l’esorcismo non solo alla possessione, ma anche alle influenze demoniache».

Il demonio, che per la Chiesa assume il nome di Satana, agisce in vario modo. C’è un’azione ordinaria del demonio, che è rivolta a tutti gli uomini: quella di tentarli al male.

C’è un’azione straordinaria, comunque consentitagli da Dio, che può essere classificata in sei forme diverse: sofferenze fisiche esterne, possessione diabolica, vessazione diabolica, ossessione diabolica, infestazione diabolica e soggezione (o dipendenza) diabolica.

Le sofferenze fisiche esterne causate da Satana sono il risultato di invisibili percosse, flagellazioni e bastonate subite dal soggetto; non c’è, in questo caso, un’influenza interna del demonio e non si ricorre, di norma, all’esorcismo (a differenza delle quattro forme seguenti), quanto semmai a preghiere di persone testimoni dell’accaduto.

La possessione diabolica è l’azione più grave del demonio, il tormento maggiore per le sue vittime; uno o più demoni entrano nel corpo del soggetto (non nella sua anima) facendolo agire o parlare come fosse una marionetta. In tal caso non c’è responsabilità morale della vittima, totalmente controllata dai demoni la cui presenza dà luogo a vistosi segni e a fenomeni anche spettacolari. La vessazione diabolica riguarda disturbi e patologie di ogni tipo e gravità, compresa la perdita di conoscenza o il compiere alcuni atti o il proferir parole inconsapevolmente, senza però mai giungere alla possessione.

L’ossessione diabolica si manifesta con pensieri ossessivi, anche assurdi, che giungono d’improvviso a volte concatenati uno all’altro senza che si riesca a bloccarli; il soggetto vittima di ossessione vive turbato, stanco e disperato, propenso al suicidio e i suoi sogni sono incubi.

Pur se in molti casi questi sintomi morbosi possono essere spiegati dalle scienze psichiatriche, un certo numero non trova risposta in esse rivelando invece una sicura causa malefica. Le infestazioni sono quelle su case, oggetti, animali. La soggezione diabolica si ha, invece, quando volontariamente si sceglie di sottomettersi al demonio, di divenire suo servo.

 

Il Rituale

Per questa parte, faremo riferimento quasi esclusivamente al Bogetti, L’esorcista, gli ossessi e l’esorcismo, ad oggi il compendio più completo sull’argomento.

Il Rituale Sacramentorum Romanum (1584-1602; dunque successivo al Concilio di Trento, del 1563) fu scritto dal cardinale Antonio Santori su incarico di Gregorio XIII.

Stampato e mai promulgato, causa il decesso del Papa nel 1585, precede di poco il Rituale Romanum edito nel 1614 sotto Papa Paolo V. A differenza di quest’ultimo era molto più esteso: si basava sul Liber Sacerdotalis (scritto dal domenicano Alberto Castellani) del 1523, cui aggiungeva indicazioni di testi biblici e diversi criteri per riconoscere la possessione.

Il Liber Sacerdotalis trattava dei malefici e dei segni indicativi della presenza del demonio.

Nel Rituale Romanum del 1614 erano pubblicati tutti i rituali della Chiesa Cattolica.

L’esorcismo era trattato nel capitolo De exorcizandis obsessis à daemonio, un rituale non prescritto ma solo raccomandato. L’ultima edizione del Rituale Romanum risale al 1952, promulgata sotto Papa Pio XII (il venerabile Papa Pacelli, il “Pastore Angelico”), ed al Rituale dell’esorcismo è dedicato il Titulus XII diviso in tre parti: 1) norme da osservare con chi viene esorcizzato dal demonio; 2) rito per esorcizzare i posseduti dal demonio; 3) esorcismo contro Satana e gli angeli apostati (ribelli), scritto personalmente da Leone XIII e reso operante nel rituale nel 1890. La seconda parte, quella del rito stricto sensu, è articolata a sua volta in tre momenti, di cui il primo è introduttivo ed il terzo conclusivo; l’esorcismo propriamente detto ricade nel momento centrale, risultando perciò il perno di tutto il Rituale esorcistico.

In questa fase, il sacerdote pone la mano sul capo del soggetto e un’estremità della stola sul suo collo, pronunciando con voce salda e certa nella fede: «Ecce crucem Domini! Fugite partes adversae! Vicit Leo de tribu Juda, radix David! Alleluja!». Questa breve preghiera-scongiuro è attribuita a S. Antonio e, per ordine di Papa Sisto V, venne scolpita alla base dell’obelisco di Piazza S. Pietro a Roma, lì trasportato nel 1586 durante il suo pontificato (1585-1590).

Nel 1998, Giovanni Paolo II approvò il De exorcismis et supplicationibus quibusdam, promulgato alla fine dello stesso anno dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti (CCDDS). Pubblicato ufficialmente in latino il 26 gennaio 1999, il nuovo rito venne poi tradotto in italiano con il titolo Il nuovo Rito degli esorcismi e preghiere di guarigione per circostanze particolari e reso obbligatorio dal 31 marzo 2002.

Risulta molto interessante, quanto meno per coloro che intendono difendere la Tradizione, la Notificatio De Ritu Exorcismi, comunicazione della CCDDS pubblicata il giorno successivo all’uscita dell’edizione latina de Il nuovo Rito degli esorcismi.

La Notificatio concedeva, ai vescovi che l’avessero chiesto, la possibilità di far usare ai sacerdoti esorcisti il vecchio rito, quello del Titulus XII del 1952, cioè il Rituale Romanum.

Il vecchio rito, abbiamo visto, affonda le sue radici nei secoli passati.

Il nuovo Rito degli esorcismi, va precisato, nonostante sia stato tradotto in italiano può, previa autorizzazione vescovile, essere eseguito in latino. Il nuovo Rito consta delle seguenti parti: Introduzione, Proemio, Premesse Generali, Rito dell’esorcismo maggiore, Testi a scelta e Appendici. Nell’Introduzione si trova la Presentazione della CEI, che al n. 7 elenca le azioni straordinarie del demonio (possessione, ossessione, vessazione e infestazione), come già in precedenza accennato. Nelle Premesse Generali, al n. 18, si legge: «In casi che riguardano non cattolici e in altri casi particolarmente difficili si ricorra al Vescovo della diocesi, il quale, per prudenza, potrà richiedere il parere di alcuni esperti prima di decidere se fare l’ esorcismo»; vi sono perciò tre categorie di persone su cui il vescovo può decidere se far compiere o meno l’esorcismo: i fedeli cattolici, i non cattolici e gli “altri casi particolarmente difficili”. Non è il caso, qui, di descrivere il Rito in dettaglio, basti sapere che esso ha ricevuto non poche critiche autorevoli. In particolare, Amorth ha fatto notare come nel Rituale Romano vi fossero precise indicazioni su come affrontare il maleficio, mentre il nuovo Rito vieta espressamente di fare esorcismi proprio in caso si riscontrassero i malefici, nelle varie forme del vudù, delle fatture, dei malocchi, delle maledizioni e del macumba.

Don Manlio Sodi, liturgista dell’Università Pontificia Salesiana, fa notare che la Notificatio smentisce di fatto la validità del nuovo Rito, «quasi che questo non abbia la stessa “efficacia” del precedente».

Attualmente, in forza della citata Notificatio, è ancora possibile l’utilizzo del Rituale Romanum (in pratica, lo stesso del 1614). La Notificatio è del 1999, il nuovo Rito è obbligatorio dal 2002, eppure la possibilità esiste e viene concessa dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti con un provvedimento speciale detto “indulto”.

 

I segni della presenza del demonio

Secondo una prassi consolidata, vanno ritenuti segni di possessione diabolica: parlare correntemente lingue sconosciute o capire chi le parla; rivelare cose occulte e lontane; manifestare forze superiori all’età o alla condizione fisica. Si tratta però di segni che possono costituire dei semplici indizi e, quindi, non vanno necessariamente considerati come provenienti dal demonio. Occorre perciò fare attenzione anche ad altri segni, soprattutto di ordine morale e spirituale, che rivelano, sotto forma diversa, l’intervento diabolico. Possono essere: una forte avversione a Dio, alla Santissima Persona di Gesù, alla Beata Vergine Maria, ai Santi, alla Chiesa, alla Parola di Dio, alle realtà sacre, soprattutto ai sacramenti e alle immagini sacre.

 

Le Preghiere di Liberazione

Quando non è possibile trovare un esorcista, ai cristiani è permesso recitare una particolare preghiera, l’exorcismus missionalis, di cui si evita qui la lunga trascrizione. Una lettera della Congregazione della Dottrina della Fede del 29 settembre 1985, indirizzata a tutti gli Ordinari, ricordava le norme vigenti riguardo agli esorcismi e metteva in guardia gli incompetenti sull’utilizzo delle formule esorcistiche. Firmata dall’allora Prefetto Card. Ratzinger e dal Segretario Mons. Bovone, in essa si chiariva che «ai fedeli non è lecito usare la formula dell’esorcismo contro Satana e gli angeli ribelli, ricavata da quella che è diventata di diritto pubblico per disposizione del Sommo Pontefice Leone XIII; e tanto meno possono usare il testo integrale di tale esorcismo», e si pregavano inoltre i vescovi di vigilare affinché «coloro che non hanno avuto la licenza, non guidino le riunioni in cui si usano preghiere per ottenere la liberazione, nel corso delle quali ci si rivolge direttamente ai demoni e ci si sforza di conoscere i loro nomi». Senza entrare nel merito della conoscenza dei nomi dei demoni, basti qui far notare che, da sempre, in ogni tempo e luogo sulla Terra, i veri nomi degli esseri, tanto quelli viventi quanto quelli eminentemente spirituali, potevano essere usati per assumerne il controllo. Ai fini del presente studio è invece importante spender due parole sulle «preghiere di liberazione». Si parla di «autoesorcismo» o di «preghiere di guarigione e liberazione» quando, in assenza di un esorcista, vengono recitate formule con valenza esorcistica da parte di semplici fedeli, singolarmente o in gruppo. Queste preghiere non sono un sacramentale, e sono solitamente giudicate poco efficaci di fronte ad una possessione diabolica vera e propria. Poiché, però, il loro scopo è lo stesso dell’esorcismo, come quello dipendono ex opere operantis dalla fede e dalla santità di chi le recita, pertanto non si esclude a priori una loro efficacia addirittura pari ad un vero esorcismo. Inoltre, l’esorcismo stesso può beneficiare di un gruppo di preghiera che lo sostenga e aiuti, in quanto il potere di una preghiera sincera, si dice, non ha eguali.

 

Uno sguardo alle altre tradizioni

Diremo qui, molto brevemente, di altre confessioni religiose. La Chiesa Cattolica di rito Orientale ha sempre considerato l’esorcismo un carisma personale di ogni fedele, in ciò accostandosi al Cristianesimo primitivo. Nel Giudaismo, invece, fino ai primi anni del XVI sec. d.C. erano presenti rabbini esorcisti che scacciavano i demoni, successivamente si diffuse la credenza che non fossero tanto i demoni quanto le anime dei defunti a impossessarsi dei corpi. Questo perché in quel periodo la cultura ebraica abbracciò la teoria del gilgul, o reincarnazione, che reinterpretò i fenomeni di possessione. Il posseduto subiva, secondo tale credenza, l’intromissione di un fantasma, di un’anima appartenuta ad un altro essere umano morto, detta dybbuk. I musulmani, invece, credevano che fossero degli spiriti maligni, i jinn, a fare incursioni nella sfera umana, tanto

internamente che esteriormente. In diverse occasioni vi sono testimonianze di «ebrei che si rivolgevano agli sceicchi per la loro esperienza diagnostica e per la loro potente magia».

Sarebbe interessante approfondire l’aspetto apotropaico di rituali e formule risalenti a queste e ad altre culture, anche ben più antiche, come quella sumero-babilonese, in ogni caso tese a scacciare o a tenere lontani spiriti immondi, demoni, anime malvagie disincarnate. Un tale studio, però, richiederebbe una trattazione a parte, anche solo per accennarvi in maniera soddisfacente.

 

Conclusioni

Tornando ai fedeli cristiani e ai teologi che arrivano a negare l’esistenza di Satana, Gabriele Amorth li ammonisce rammentando loro che Cristo «è disceso dal cielo e si è incarnato per distruggere le opere del diavolo». Amorth prosegue affermando che «Togliendo l’esistenza del demonio distruggiamo la redenzione; chi non crede nel demonio non crede nel Vangelo». Questa frase colpisce per la sua evidente logica, e la sua validità può estendersi alla spiritualità in genere (evitando accuratamente, però, ogni forma di neo-spiritulismo di stampo spiritista e marcatamente New Age). Infatti, l’umanità di oggi, post-industriale e post-moderna, ha abdicato nei suoi valori trascendenti in favore sempre più di un materialismo talmente spinto che ha, esso stesso, generato il suo contrario apparente, una sorta di fede verso ogni forma di monetizzazione virtuale, riducendo l’anima a oggetto di dissertazioni nei casi più fortunati fantasiose e prive di adeguate basi conoscitive. Credere nell’esistenza del Maligno significa credere nella possibilità di abbatterlo, cercando ancora la verità propria ad un piano superiore.

Non credere all’esistenza del Maligno significa, di conseguenza, restare inermi di fronte ai suoi attacchi, ciechi davanti alla bombarda che fa breccia dentro di noi distruggendo la nostra umanità e trasformandoci in pupazzi, in numeri, in gusci vuoti lontani mille miglia dalla Luce.

 


martedì 14 maggio 2024

Demone Abbadon

 


Il termine ebraico Abaddon (in ebraico אֲבַדּוֹן‎, 'Ǎḇaddōn) è utilizzato nella Bibbia ebraica per indicare la distruzione o un luogo di rovina e distruzione ("l'Abisso"), mentre nel Nuovo Testamento, per la precisione nel Libro dell'Apocalisse, accoppiato con il suo equivalente greco Apollyon (Ἀπολλύων), è il nome di un angelo.

L'ebraico אֲבַדּוֹן ('ǎḇaddōn) è una forma intensiva del verbo אָבַד (abad, "perire", "distruggere"), che nella Bibbia ebraica si trova 174 volte, e significa "luogo di distruzione", "distruzione", "rovina"; nella Septuaginta, ǎḇaddōn è tradotto in greco come ἀπώλεια (apoleia).

 

Il termine greco usato nel libro dell'Apocalisse, Ἀπολλύων (Apollyon), deriva da ἀπόλλυμι (apollumi), "distruggere", quindi significa "il distruttore".


Nel Tanakh, il termine abaddon viene utilizzato sei volte, di cui quattro in accoppiata con un altro lemma ebraico, שאול (sheol), che indica il regno dei morti:

 

Nuda è la tomba (sheol) davanti a lui e senza velo è l'abisso (abaddon). (Gb26:6)

L'abisso (abaddon) e la morte dicono: «Con gli orecchi ne udimmo la fama». (Gb28:22)

quello è un fuoco che divora fino alla distruzione (abaddon) e avrebbe consumato tutto il mio raccolto. (Gb31:12)

La tua bontà sarà narrata nel sepolcro (sheol)? O la tua fedeltà nel luogo della distruzione (abaddon)? (Sl88:11)

Gl'inferi (sheol) e l'abisso (abaddon) sono davanti al Signore, tanto più i cuori dei figli dell'uomo. (Pr15:11)

Come gli inferi (sheol) e l'abisso (abaddon) non si saziano mai, così non si saziano mai gli occhi dell'uomo. (Pr27:20)

Nel Libro dell'Apocalisse Abaddon è trattato per la prima volta come individuo anziché come luogo:

 

« Il loro re era l'angelo dell'abisso il cui nome in ebraico è Abaddon e in greco Apollion.

Nuova Riveduta, oppure:

Il loro re era l'angelo dell'Abisso, che in ebraico si chiama Perdizione, in greco Sterminatore.

Bibbia CEI »   ( Ap 9:1-11)                            

La Vulgata latina e la Bibbia di Douai-Rheims hanno una frase in più rispetto al testo greco, in Latin Exterminans ("in latino sterminatore").

 

Qui, Abaddon, di cui viene fornito anche il nome in greco, Apollyon, è descritto come "angelo dell'abisso" e re di un'armata di locuste infernali, le quali tormentano atrocemente per cinque mesi tutti coloro che non portano il "sigillo di Dio" sulla loro fronte.

 

Testi non biblici

Il nome "Abbadon" appare negli Inni di ringraziamento, che sono uno dei manoscritti non biblici di Qumran, in due diversi passaggi che citano "[...] da Sheol-Abaddon mi hai innalzato [...]" e "[...] i torrenti di Belial irrompono in Abaddon". In un apocrifo chiamato Apocalisse di Bartolomeo, invece, Abaddon è presente nella tomba di Gesù al momento della sua resurrezione.

 

Viene poi menzionato in un'omelia attribuita a Timoteo di Alessandria, chiamata Intronizzazione di Abbaton; qui, l'angelo è inizialmente chiamato "Muriel", e riceve da Dio il compito di raccogliere la terra con cui verrà plasmato Adamo; successivamente viene nominato "guardiano", e pregando Dio ottiene che qualunque uomo l'avesse venerato sarebbe stato salvato. Nel giorno del giudizio, inoltre, Abbadon avrebbe ricevuto il compito di raccogliere le anime nella Valle di Giosafat.

 

Infine, in alcune leggende della letteratura rabbinica, Abaddon è il nome di un luogo dell'inferno, visitato da Mosè, dove giacciono fra fuoco e neve coloro che hanno peccato di incesto, omicidio e idolatria, quelli che hanno maledetto i loro genitori e i loro insegnanti, e quelli che si sono considerati come dei.

 

Il terzo​​​​ ​​​​​​​​​​​​ angelo dell'abisso. Nella Bibbia ebraica , Abaddon è usato con riferimento a un pozzo senza fondo, che spesso appare accanto al luogo dello Sceol ( שְׁאוֹל Šəʾōl ), che significa il luogo di riposo dei popoli morti.



sabato 11 maggio 2024

Demone Aamon

 


Aamon (anche Amon) è un demone nominato spesso nella demonologia cristiana. In demonologia, Aamon è uno degli aiutanti di Astaroth. Conosce il passato e il futuro. È in grado di provocare l'amore. Crea confusione nella mente di coloro i quali gli si oppongono. Secondo alcuni autori, possiede quaranta legioni di demoni, ottenendo così il titolo di "Principe" e Gran Marchese dell'Inferno ed il settimo spirito della Goetia. I demonologi hanno associato il suo nome a quello del dio egizio Amon o al dio cartaginese Ba'al Hammon. Aamon è noto anche come Nahum, il cui nome significa "Colui che induce avidità".



Ha testa di civetta, parte anteriore del corpo con due zampe di lupo (o di leone), e parte posteriore che termina con una coda che sembra un misto tra un verme ed un serpente.

Sarebbe uno dei tre demoni al servizio di Satanachia, comandante della prima legione dell'Inferno.

Conosce il passato e il futuro, che rivela a coloro che hanno stretto un patto con Satana. 


Jacques Collin de Plancy nel suo Dizionario Infernale scrive:"Amon, o Aamon, grande e potente marchese dell'impero infernale. Ha il volto di un lupo, con la coda di serpente; vomita fiamme; quando assume forma umana, ha solo il corpo dell'uomo; la sua testa ricorda quella di un gufo e il suo becco mostra canini molto spericolati. È il più solido dei principi dei demoni. Conosce il passato e il futuro, e riconcilia, quando vuole, gli amici strapazzati. Comandò quaranta legioni. Gli egiziani vedevano Amon o Amoun, il loro Dio supremo; lo rappresentavano con la pelle blu, in una forma abbastanza umana. comanda 40 legioni di demoni e porta il titolo di Principe. Riconcilia amici e nemici e procura amore a coloro che lo cercano. Gli egiziani consideravano Amon o Amon il loro Dio supremo; lo rappresentavano con la pelle blu in forma umana".

martedì 7 maggio 2024

Il libro dei grimori di Claude Lecouteux - Ed. Venexia




Il libro dei grimori di Claude Lecouteux

Collana Libri Le Porte


“A me fu recata, furtiva, una parola

e il mio orecchio ne percepì il lieve sussurro.

Nelle ombre, tra visioni notturne,

quando grava sugli uomini il sonno,

terrore mi prese, e spavento.

In tutte le ossa mi sentii tremare.

Un vento passò sul mio volto,

si arricciarono i peli della mia carne…

Stava là ritto uno, di cui non riconobbi l’aspetto,

un’ombra davanti agli occhi miei…

Un sussurro… e una gelida voce”


ISBN: 9788899863890


Claude Lecouteux è professore emerito di letteratura e civiltà medievale presso l’Università La Sorbona di Parigi. In Francia riscontra un particolare successo, soprattutto grazie alla sua vasta produzione di libri sulla magia medievale e sui temi esoterici in generale.

“Ci sono parole che fanno sognare perché evocano un universo inquietante eppure affascinante. ‘Grimorio’ è una di queste: ci riporta subito ai maghi e agli stregoni di un tempo passato, a formule cabalistiche, a pratiche svolte nel cuore della notte in un cimitero, a un bivio o a una stanza segreta, oppure a una figura accanto a un grande libro adagiato su un leggio e pieno di scritte misteriose.” Nel Medioevo, il grimorio designava un’opera scritta in latino, un miscuglio di varie ricette per curare malattie, scacciare o invocare demoni, fabbricare talismani o amuleti, sollevare o lanciare incantesimi… Eminente conoscitore del Medioevo, l’autore si impegna qui ad aprire questi libri enigmatici e a presentarne il contenuto. Oscuri, criptati, ripieni di simboli, disegni e parole ermetiche, i grimori, senza perdere la loro densità poetica, ci diventano più accessibili alla fine di questo viaggio guidato e ci svelano così molti dei loro misteri. Il libro è illustrato in b/n. La cura e la prefazione sono di Sebastiano Fusco.

domenica 5 maggio 2024

Cagliostro

 “Io non sono di nessuna epoca e di nessun luogo: al di fuori del tempo e dello spazio, il mio essere spirituale vive la sua eterna esistenza.”


Queste le parole di uno dei più controversi e misterici personaggi della storia italiana, Giuseppe Giovanni Battista Vincenzo Pietro Antonio Matteo Franco Balsamo, noto con il nome di Alessandro, conte di Cagliostro o più semplicemente Cagliostro, Alchimista ed esoterista, che fece di queste due discipline una ragione di vita che lo spinsero per amore della conoscenza fino all’eresia. Sostenitore della Massoneria, esplicitato nel suo rito denominato “la saggezza trionfante”, nato nel 1743 in Sicilia, tra i suoi obiettivi c’era quello di rivedere tutto il pensiero massonico attraverso l’alchimia e l’esoterismo. Uomo amato e odiato allo stesso tempo, fu frequentatore delle più importanti corti italiane. Attraverso le sue pratiche di mistificazioni egiziane seppe vivere il suo viaggio iniziatico di vita, verso la luce e alla ricerca dell’oro alchemico.



Il viaggio ermetico di Cagliostro aveva uno scopo ben preciso, quello di riportare in luce le antiche dottrine mistiche dell’origine, come quella egiziana. Il suo investigare nelle conoscenze antiche nasce dall’uso dell’alchimia, che Cagliostro impiegava per mostrare agli uomini del suo tempo il lato oscuro di un’epoca che non seppe mostrare a pieno quell’arcano buio che è il simbolo dell’inquietudine umana.


In uno dei vicoli più chiassosi e poveri della città, nel quartiere dell’Albergheria, in quello che un tempo si chiamava via della Perciata, il 2 giugno 1743, nasce Giuseppe Balsamo, secondogenito di Felicia Bracconieri e Pietro Balsamo, mercante di stoffe.


Sei giorni dopo la nascita è battezzato nella cattedrale di Palermo con una sfilza di nomi: Giuseppe, Giovanni Battista, Vincenzo, Pietro, Antonio e Matteo. A tenerlo a battesimo è Vincenza Cagliostro moglie del prozio Giuseppe Cagliostro, uomo potente discendente dai Bracconieri di Piscopo e di Castroreale.


Il padre di Giuseppe infatti era appartenuto ad una rispettabile famiglia palermitana imparentata con i Balsamo da Messina, signori di Taormina e adepti per tradizione all’ordine dei Cavalieri di Malta, anche se al momento della nascita del piccolo Giuseppe, la famiglia è ampiamente declassata.


Morto il padre poco tempo dopo la sua nascita, la madre vedova con due bambini, decide di affidarlo ad una parente sposata ad un farmacista. Qui il piccolo Giuseppe comincia a familiarizzare con polveri e unguenti, che lo portano ad interessarsi della medicina, una passione questa, che continua a coltivare anche negli anni di scuola trascorsi al Seminario di San Rocco, dove, intrattenendosi con i frati speziali, apprende le prime nozioni di medicina e botanica. Ma la sua natura irrequieta e ribelle, lo porta all’espulsione dalla scuola, e pur di tenerlo impegnato, la madre lo avvia nella bottega di un pittore, dove  aguzza la sua genialità apprendendo l’arte del copiare.



L’ambiente della strada è però congeniale con la sua natura sfrontata, e incomincia così a vivere di truffe e raggiri. Quello che gli costa l’esilio da Palermo è l’imbroglio a danno dell’orafo Vincenzo Marano che convinto dal Balsamo che con la magia avrebbe potuto dissotterrare i tesori lasciati dagli arabi, si lascia condurre in un antro buio, dove lo attendono, travestiti da demoni, alcuni delinquenti che lo picchiano e lo privano dei suoi beni.


Mandato a Messina trova la protezione e la guida del prozio Giuseppe Cagliostro che riesce a mettere ordine nella sua vita, iniziandolo al mondo esoterico.

Nel 1768 conobbe a Roma sua moglie, Lorenza Feliciani, complice e compagna di vita con il nome di Serafina. Fu poi dopo il suo viaggio a Londra, dove si affiliò alla Massoneria, che fondò la sua setta basata sui riti egiziani, e fu proprio a causa di questa che qualche anno dopo fu arrestato e condannato al carcere a vita, e da Roma trasferito alla fortezza di San Leo nel 1791, dove morì 4 anni dopo ormai preda della follia, forse a causa di una malattia celebrale che lo costrinse alla pazzia.


Leggenda vuole che Cagliostro si aggiri ancora tra le mura del forte


E’ noto infatti che si sentano rumori strani provenire dalla cella detta “pozzetto”, denominata così perché vi si poteva accedere solo da una botola dal soffitto, e dove Cagliostro fu rinchiuso e murato vivo. L’unica cosa che poteva scorgere dalla finestrella della cella era la Cattedrale, per ricordargli forse chi l’aveva imprigionato e simbolicamente chi l’aveva condannato:La Chiesa.

Leggenda vuole che non si sappia dove venne sepolto il conte Cagliostro dopo la sua morte. Alcuni affermano che nel 1797 un comandante francese bevve dal suo teschio, ma qualora questa leggenda non fosse vera probabilmente come tutte le persone uccise per eresia il suo corpo fu bruciato perché simbolo del peccato, del maleficio e del male. 

sabato 4 maggio 2024

La Monas Hieroglyphica di John Dee

 



 

Monas Hieroglyphica (o Monade Geroglifica) è un libro di John Dee, pubblicato ad Anversa nel 1564.

È un'esposizione del significato di un simbolo esoterico da lui inventato.

In 24 teoremi espone il significato più profondo di questo simbolo, in cui John Dee descrive un'unità cosmica di aspetti mistici dell'astrologia, dell'astronomia e dell'alchimia. Dee spiega come nella rappresentazione simbolica si riconoscano i tradizionali sette pianeti e i quattro elementi (cfr. Teoremi X e XII). Indica anche due segni dello zodiaco che sono importanti per lui (cfr. Teorema XV su Ariete e Toro).

Il geroglifico incarna la visione di Dee dell'unità del Cosmo ed è un composto di vari simboli esoterici e astrologici. Dee ha scritto un commento al riguardo che funge da base per i suoi misteri. Tuttavia, l'oscurità del commento è tale che si ritiene che Dee lo usasse come una sorta di manuale per una spiegazione più dettagliata del geroglifico che avrebbe dato di persona. Poiché non è rimasta alcuna prova di questa ipotetica spiegazione, è impossibile conoscere con certezza l'utilità di questo simbolo.

 


Questo simbolo sembrerebbe inoltre collegare Dee con l'ordine rosacrociano fondato nel 1614, in quanto compare su una pagina de Le nozze chimiche di Christian Rosenkreutz, accanto al testo dell'invito al matrimonio reale dato a Christian Rosenkreutz. Da ciò ne consegue che Dee potrebbe aver potuto mostrare il suo simbolo a Johannes Valentinus Andreae o ad uno dei suoi associati durante le sue visite in varie località dell'Europa centrale.

L’autore definì questa misteriosa opera  "una parabola magica"

Dee la costruì nell'intento di condensare in essa tutte le naturali e sovrannaturali corrispondenze del Cosmo, fornendo così all'osservatore un segno della conoscenza universale.

Il suo significato è in stretta relazione con l'espressione alchemica alla quale Dee allude quando identifica i due semicerchi con il segno zodiacale dell'Ariete,un segno di fuoco foriero della trasmutazione alchemica.

E questa trasmutazione include naturalmente la trasformazione spirituale.

L'ovale che lo incornicia simboleggia l'Uovo dei Filosofi, l'alambicco nel quale il processo alchemico ha luogo. Nell'immagine di base si può riconoscere il simbolo di Mercurio, l'elemento chiave dell'alchimia che allo stesso tempo possiede rilevanza astrologica.

Per riassumere lo scopo indicativo della Monade:si tratta di un cosmogramma astrologico; e un compendio talismanico della trasmutazione alchemica.

Implica la glorificazione dell'uomo.

La creazione del Mercurio quintessenziale altro non è che la liberazione dello spirito umano.

giovedì 2 maggio 2024

Il Bafometto

Bafometto è un idolo pagano, della cui venerazione furono accusati i cavalieri templari.

Ricorrente nella letteratura occultista del XIX secolo, ne esistono varie descrizioni ed iconografie: un idolo con un teschio di caprone e una testa barbuta. Il nome fu poi ripreso, nello stesso secolo, dai sostenitori dell'occultismo. L'etimologia del nome, controversa, è ancora oggi incerta. Il nome di Baphomet, come suggerisce anche l'illustrazione di Eliphas Lévi, è stato inoltre associato col tempo alla figura di Satana e, da alcuni satanisti, a quella del Dio buono sumero-babilonese Enki, secondo le loro credenze, protettore dell'umanità e il cui simbolo era una capra, rivale del Dio ebraico Yahweh considerato il crudele demiurgo gnostico. Le corna sarebbero mascheramenti dei raggi del volto di Enki, disegnati per celarlo alla Chiesa.



Il termine ricorre per la prima volta nei verbali del processo contro i Cavalieri templari; durante la soppressione dell'ordine fu sostenuto dall'Inquisizione che i cavalieri usassero un Bafometto come parte delle loro cerimonie di iniziazione. Questo fatto, oltre ad altre asserzioni, fece sì che il loro Ordine religioso fosse accusato di eresia e idolatria e i suoi membri perseguitati.

Essendo un nome estorto sotto tortura durante gli interrogatori dei Templari, non si può escludere che possa essere stato originato semplicemente come un'onomatopea o un errore di trascrizione dei verbali, nei quali in effetti il termine ricorre per la prima volta; la presenza del baphomet fu utilizzata dagli inquisitori (istigati dal re di Francia Filippo IV il Bello) per aggiungere l'idolatria alle altre infamanti accuse nei confronti dell'Ordine, allo scopo di distruggerlo.

Tra le ipotesi sull'origine del nome vi è la possibilità che esso sia una storpiatura del nome "Mahomet". Una più recente e conosciuta descrizione raffigura il Bafometto nella forma di un capro umanoide alato con seno e una torcia sulla testa tra le corna. Questa immagine proviene dall'opera di Eliphas Lévi Dogme et rituel de la haute magie (Dogma e rituale dell'alta magia) del 1855-56.

Il Bafometto, come suggerisce l'illustrazione di Lévi, è stato occasionalmente interpretato come sinonimo di Satana o come un demone, un membro della gerarchia dell'Inferno. Nella testa del Bafometto di Lévi era inscritto un pentacolo, che è un simbolo in seguito adottato dai fedeli della Wicca e da altri seguaci dell'occultismo. Una testa di capro inscritta in un pentagramma invertito, è un simbolo occasionalmente adottato dai satanisti. La testa, le corna e la torcia insieme prendono la forma di un fiore di giglio.

La " Capra Sabbatica " disegnata da Éliphas Lévi , è composta da elementi binari che rappresentano la "simbolizzazione dell'equilibrio degli opposti":  metà umano e metà animale , maschio e femmina , bene e male .L'intenzione di Lévi era di simboleggiare il suo concetto di equilibrio, con Baphomet che rappresenta l'obiettivo del perfetto ordine sociale.

Nel corso della storia la figura del Baphomet è stato adottato come simbolo di Satana ma anche utilizzato dai seguaci Wicca e dalla cultura occultista. In definitiva il Bafometto non ha una collocazione precisa e condivisa ma rappresenta un mix di significati ed interpretazioni che lo rendono un simbolo dalle mille facce e dalle infinite storie tutte molto affascinanti e appassionanti.