giovedì 4 giugno 2020

Fate il "piccolo popolo" appartiene al mondo fatato? 1a Parte


Immagini di Fate della notte (con immagini) | Immagini, Fate di ...


Nell'estate del 1897 il poeta W.B. Yeats andò a vivere a Coole Park, a Galway, nella dimora di Lady Augusta Gregory, divenuta sua cara amica e patrona, e i due si erano subito impegnati a raccogliere testimonianze a proposito delle storie fatate presso i contadini locali. Da parte sua Yeats era già autore di due vaste raccolte di miti e fiabe irlandesi, tratte dai racconti di prima mano dei villici della sua terra natale, Sligo. Per questo si era ormai convinto che la maggioranza degli Irlandesi non solo accettava questo genere di
folclore come una sorta di superstizione quanto piuttosto come un aspetto concreto del vivere quotidiano.
Mentre il padre del poeta era totalmente scettico,
il giovane Yeats era cresciuto propenso a credere all'esistenza del piccolo popolo e delle fate, come una specie di reazione al mondo materialistico che lo circondava, insomma, vivendo questo credo come una piacevole fantasia. Ma la ricerca congiunta operata assieme con Lady Gregory lo aveva vieppiù confermato nella sua convinzione, giungendo addirittura a fargli ritenere l'esistenza del mondo fatato come un aspetto del mondo reale e concreto. G.K. Chesterton, che Yeats incontrò molti anni dopo e che sarà un suo biografo, rimase impressionato da questa idea forte che egli nutriva nei confronti del piccolo popolo, al punto da scrivere:Aveva l'atteggiamento del razionalista eccentrico, originale, quello che dice che le fate tengono testa alla ragione. Aggrediva i materialisti accusandoli di un materialismo astratto, ben diverso dal suo, se così si può dire, misticismo concreto. «Fantasia!» avrebbe
esclamato con evidente disprezzo. «Non mi pare che ci sia tanta immaginazione nel racconto del fattore Hogan che viene tirato giù del letto e trascinato come un sacco di patate, cosa che loro gli hanno fatto» e avrebbe proseguito, col suo lieve accento irlandese
caricato d'ironia: «saltati fuori per prenderlo e portarselo via e non mi pare proprio che questo sia un genere di eventi che appartiene alla immaginazione».
Poi Chesterton insiste, mettendo in risalto un punto molto importante:La cosa decisiva sta nel fatto che non sono tanto persone svitate e genialoidi come gli artisti, quanto piuttosto persone comuni, semplici e umili paesani, a dichiararsi testimoni di migliaia di casi come questo; ripeto, sono le persone comuni, i contadini che vedono le fate. È l'agricoltore che chiama badile il badile e spirito uno spirito; è l'umile taglialegna che non ha motivo alcuno di tirare acqua al suo mulino.... che racconta, spaventato, di avere veduto un impiccato e, qualche istante dopo di averne scorto il fantasma aggirarsi attorno alla forca. 

Tanta era la passione di Yeats che, solo qualche anno dopo, riuscì a convincere il grande orientalista W.Y. Evans Wentz - arcinoto per la sua bella traduzione de Il libro tibetano dei morti - a dedicarsi con slancio allo studio del folclore e delle fate. Il primo risultato del suo impegno fu The Fairy Faith in Celtic Countries del 1911, un libro ricco e impegnato, basato su una consistente ricerca di base. All'opera contribuì anche sotto anonimato un caro amico di Yeats, il poeta AE (George Russell) con un capitolo intitolato Una testimonianza del misticismo irlandese, in cui egli descrive le sue osservazioni del mondo fatato con la stessa accuratezza e precisione con cui un antropologo descriverebbe una razza umana o una tribù: esseri splendenti, esseri opalescenti, elementari delle acque, dei boschi, elementari inferiori:La prima [fata] che scorsi non la potrò mai scordare...: dapprima vidi un lampo di luce, poi mi resi conto che esso proveniva dal cuore di una piccola figurina il cui corpo pareva fatto di aria mezza trasparente o opalescente; attraverso quel corpicino si irradiava come un fuoco elettrico, che aveva il fulcro all'altezza del piccolo cuore. Tutto attorno alla testa e ai lunghi capelli ondeggianti e voluminosi, simili a sottili fili dorati, potevo scorgere un contorno aureo come lievi ali. Dall'essere sembrava sprigionarsi per ogni
dove un fiotto di luce. Dopo la visione, l'effetto che mi prese e mi rimase a lungo fu un profondo senso di leggerezza e gioia, che non esisterei a definire estasi.
Wentz non esita a affermare che le prove concrete e scientifiche dell'esistenza delle fate sono schiaccianti, perché «in merito a questo genere di fenomeni le testimonianze si contano a centinaia».
Ma le fatine di AE rientravano essenzialmente nella categoria delle "visioni", quella cui appartengono anche centauri e unicorni. Nel 1920, nove anni dopo l'uscita del citato libro di Wentz, l'opinione pubblica venne coinvolta in un altro caso clamoroso, ancora una volta di più attestante agli occhi del mondo non solo la concretezza dell'universo fatato, ma la consistenza reale del piccolo popolo. Il titolo della copertina natalizia della rivista «Strand» annunciava a chiare lettere: «Evento epocale... descritto da Conan Doyle».

Elsie, Frances e le fate di Cottingley che 'imbrogliarono' anche ...

In apertura l'articolo presentava subito la fotografia di una ragazza, vestita con un grazioso abito di cotone bianco, seduta sull'erba, una mano protesa per lasciarci saltellare sopra un minuscolo gnomo. In una seconda immagine si vedeva una ragazza ancor più giovane, con lo sguardo languidamente rivolto verso l'obiettivo, mentre dinanzi a lei danzava un gruppo di quattro fatine, con ali lievissime. La didascalia posta a corredo della prima fotografia
recitava: «Questa immagine e quella ancor più straordinaria con le fatine della pagina 465, sono due fra le più incredibili fotografie che mai siano state pubblicate a riprova della concreta esistenza del piccolo popolo».
Il dibattito che ne seguì era destinato a durare indomito per i sessant'anni successivi.
Le ragazze ritratte rispondevano ai nomi di Elsie Wright e Frances Griffiths, abitanti nel villaggio di Cottingley nello Yorkshire. Le fotografie erano state scattate circa tre anni e mezzo prima, nell'estate del 1917, e avendo superato critiche e controlli piuttosto severi, erano ritenute da molti assolutamente autentiche.
 

Il villaggio di Cottingley si trovava a breve distanza da Bradford, tanto che oggi è stato praticamente inglobato dalle sue appendici periferiche. Nel 1917 però era ancora tutto circondato da boschetti e vasti spazi prativi. Nell'aprile di quell'anno al villaggio erano arrivate dal Sudafrica la piccola Frances Griffiths e la mamma, Annie. 
Il padre, militare, stava combattendo sul fronte francese. Nelle dichiarazioni successive, la ragazza raccontò che sin dai primi momenti in cui si era stabilita nel villaggio, aveva avvertito la palpabile presenza del piccolo popolo, specie in un campo vicino alla loro casa, nel punto in cui scorreva un ruscello, che scendendo verso una piccola valle andava a lambire il margine del loro giardino. Ecco la descrizione del primo incontro con una fatina, nei pressi del ruscello: 
Una mattina, dopo la scuola, mi recai come al solito nel mio posto preferito, vicino al ruscello, nel punto in cui un salice si protendeva verso l'acqua... ad un tratto mi accorsi che una foglia di salice, all'improvviso, si era stranamente messa a vibrare da sola. Una
sola foglia. Già l'avevo notata prima ma senza farci caso. Non c'era un filo di vento ed era veramente strano che solo quella piccola foglia, unica, vibrasse in quel modo... osservando meglio ebbi così modo di scorgere un piccolo omino, tutto vestito
di verde, che
sembrava cavalcare lo stelo della foglia, trattenendolo con le mani. Pareva lo scuotesse verso qualcosa che stava osservando. Non mi mossi, per evitare di spaventarlo; ma non
appena fu lui a vedermi, in un attimo era scomparso...
Un'esperienza straordinaria ed era stato proprio per questo motivo che Frances aveva deciso di non farne parola con nessuno.
Man mano che l'estate sbocciava in tutta la sua fioritura, l'attrazione che la ragazza provava verso
il magico luogo era cresciuta, al punto da farle trascorrere quasi tutto il suo tempo libero nei pressi del ruscello in attenta osservazione. Un giorno, messo un piede in fallo sulla riva scivolosa del piccolo rio, era caduta nell'acqua, bagnandosi fino alla vita. Tornata a casa, la madre l'aveva sgridata e le aveva chiesto di promettere che non si sarebbe mai
più recata in quell'angolino di prato. Ma Frances non aveva potuto accontentarla, perché
il richiamo delle fatine era diventato per lei qualcosa di irresistibile.
Finché un giorno, in cui aveva nuovamente fatto ritorno a casa tutta bagnata, sotto le pressioni della madre e della zia Polly era stata costretta confessare il suo segreto, esclamando con un sospirone: «Ebbene sì, vado laggiù perché vedo le fate! Ecco perché ci vado: per vedere le fatine!».
A questo punto, fra la crescente sorpresa delle due donne, era intervenuta la cugina di Frances, la diciassettenne Elsie Wright. Non solo l'aveva difesa, ma aveva confessato che pure lei poteva vedere le fatine del piccolo popolo.
Nessuna obiezione poteva anche solo scalfire la certezza delle ragazze. Stando a quanto scriveva Doyle, era stata questa improvvisa solidarietà a far nascere nelle due cuginette il desiderio di dare concretezza alle loro dichiarazioni.
Così in un assolato sabato di luglio del 1917, Elsie aveva chiesto al padre, Arthur Wright, di imprestarle la sua macchina fotografica a lastre. Il padre si era rivelato titubante, perché non solo l'apparecchio era nuovo fiammante, ma
il costo delle lastre di sviluppo delle immagini era piuttosto alto. Alla fine, però, aveva ceduto alle insistenze e consegnato la macchina. Le due ragazze si erano precipitate al ruscello e dopo poco più di mezz'ora già erano
di ritorno. Dopo il tè, il padre era stato benevolmente costretto a sviluppare le lastre.


Arthur Conan Doyle, Spiritualism, and Fairies | Fairies photos ...
Sviluppando la prima lastra, si poteva scorgere Frances appoggiata su un gomito, mentre il davanti pareva picchiettato con dei foglietti di carta chiara.
Poi, però, a sviluppo terminato, le macchie chiare avevano assunto la ben precisa fisionomia di quattro fatine saltellanti, munite di leggiadre ali che
spuntavano sulle spalle.Le madri delle giovani non sapevano che pensare. Ambedue si stavano da qualche tempo appassionando allo studio della teosofia, il movimento filosofico e religioso fondato da Madame Blavatskj, in cui si sostiene che al di là delle apparenze materiali, la nostra realtà è in verità abitata da molte genie di esseri invisibili, fra cui, per l'appunto, gli spiriti della natura o elementali.
Pertanto, sul piano meramente teorico, le due donne non potevano dissentire.
Arthur Wright, invece, era del tutto scettico: «Ci state imbrogliando!», protestava. «Non è vero!», si difendevano animosamente le ragazze.
il signor Wright sapeva che Elsie era un'ottima artista e si era convinto che le fatine non erano altro che delle figurine ben sagomate, ritagliate e sovrapposte, anche se un'immediata ricognizione nella camera della ragazza non aveva portato a scoprire neppure il pur minimo ritaglio di cartoncino, traccia
del possibile lavoro di sagomatura delle figurine fatate.
In aggiunta, a dispetto di minacce e paroloni, le due ragazze avevano continuato a mantenersi salde nella loro testimonianza. Poi, per qualche tempo la questione era stata lasciata cadere. Ad agosto però le ragazze erano tornate alla carica, chiedendo di nuovo in prestito la macchina fotografica. Questa volta, lo sviluppo della fotografia vedeva Elsie seduta sull'erba intenta a osservare uno gnomo danzante. Dissero che nel prato vicino al ruscello capitava spesso di imbattersi negli gnomi. Dopo questa provocazione, che per lui era una vera e propria sfida, Wright aveva deciso di non concedere più la macchina fotografica. Nel frattempo venivano ricavate molteplici riproduzioni di ciascuna lastra impressionata.
Alla fine, tutto sarebbe finito nel dimenticatoio non fosse stato per la Società teosofica. Subito dopo la guerra, con i terribili lutti conseguenti, lo spiritismo e la teosofia avevano raccolto migliaia di adepti e la Unity Hall di Bradford dove la Società era solita riunirsi, contava sempre
il tutto esaurito.
Dopo un incontro in cui si era parlato anche di fate e di piccolo popolo, Polly Wright si era avvicinata all'oratore e gli aveva raccontato delle fotografie.
Questi aveva chiesto di poterle vedere e in breve copie delle immagini avevano incominciato a girare nei circoli teosofici della città.
Dopo qualche tempo, Polly aveva ricevuto una lettera da Edward L. Gardner, responsabile della Loggia teosofica di Londra. Era eccitato dalla straordinarietà delle fotografie e chiedeva con urgenza di poter disporre degli originali e delle lastre. Ottenuti i negativi, ne aveva tratto delle copie. 

In merito Gardner si manteneva alquanto aperto. In una lettera a Conan Doyle scriveva: «Ho ricevuto il plico contenente i negativi delle immagini, unitamente a due lastre arrivate imballate via posta dopo due giorni. Una era limpida e nitida, l'altra decisamente sovraesposta... la prima idea che mi sono fatto è che da ciascun negativo è stato tratto un positivo, che gli originali sono rimasti
intoccati, e che sono stati tirati nuovi negativi più marcai da utilizzare per altre stampe ancora». Poi Gardner aveva sottoposto il materiale ricevuto all'esame di un fotografo professionista, Harold Snelling. Un ex assistente di Snelling gli aveva confessato: «Sappia che se Snelling ignora qualcosa a proposito
di falsificazione fotografica è perché si tratta di aspetti poco importanti, che non meritano di essere conosciuti».
Snelling esaminò con grande attenzione la fotografia in cui comparivano le quattro fatine danzanti (la lastra meglio riuscita) e riferì a Gardner: «Questa lastra è stata impressa una sola volta... Le fatine che danzano non sono ritagliate nella carta né in altro materiale, Né sono dipinte e neppure fotografate a parte e poi sovrapposte allo sfondo di base, in aggiunta, quel che maggiormente
mi sconcerta è che mentre si stava scattando la fotografia le figurine si stavano senz'altro muovendo».Ovviamente, questo era proprio ciò che Gardner desiderava sentirsi dire. Da quel momento incominciò a presentare queste immagini in tutti gli incontri teosofici che andava a tenere in giro per il paese. Finché nell'estate del 1920 nella storia si inserì l'autorevole figura di Conan Doyle, il celebre scrittore creatore di Sherlock Holmes, il quale si fece vivo con Gardner.
L'ormai sessantenne Doyle non era un teosofo, tuttavia in quegli ultimi anni si era avvicinato e molto appassionato allo spiritismo. Combinazione, proprio in quel momento la rivista «Strand» lo aveva contattato per la redazione di un lungo articolo sulle fate e sul piccolo popolo. Quale miglior occasione per presentare le fotografie scattate a Cottingley? sembravano quasi un dono
celeste, arrivato dall'aldilà. A prima vista, appena visionate le immagini, Doyle era rimasto interdetto, freddo e incredulo. Una lunga discussione con Gardner lo aveva però fatto mutare d'avviso e quasi quasi si era convinto della genuinità dei manufatti. Il passo successivo sarebbe stato quello di poterne ottenere delle altre.
Verso la fine di luglio del 1920 Edward Gardner si recò per la prima volta a fare visita alla famiglia Wright; Frances era assente, trovandosi col padre a Scarborough. In quanto al padre di Elsie, Gardner si rese immediatamente conto che era poco propenso ad affrontare l'argomento e che quella singolare situazione non gli era affatto gradita. Era convinto che le fotografie fossero truccate, al punto che quando venne a sapere che Doyle, da lui grandemente stimato, si era espresso in favore dell'autenticità, ne era rimasto sconcertato e deluso.
 

(Fine Prima parte)

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